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Targeting Human Rights Abuse in Iran: A Postelection Strategy, by Emanuele Ottolenghi


On July 8, G8 summit participants issued a statement expressing "serious concern" about the Iranian government's postelection actions; U.S. president Barack Obama characterized the situation as "appalling." Further, both Obama and French president Nicolas Sarkozy emphasized that Tehran will face serious consequences if Iran has not begun to cooperate on its nuclear program by September. The United States and Europe, meanwhile, should focus on the regime's latest human rights abuses, signaling to Iranian dissidents that they are not alone and that current or future sanctions are not intended to punish them for a regime that they neither elected nor support. Sanctions are a statement to Iran's leadership that failure to compromise on outstanding issues -- particularly the nuclear program -- could erode the regime's shaky internal legitimacy.


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Stop Iran or it'll be too late, by Emanuele Ottolenghi


WHETHER Iran's turmoil ends up like the Prague Spring or the Velvet Revolution remains to be seen. But when all is said and done, Iran's nuclear program will still be there. If, as one can anticipate, Iran's regime moves in to repress popular dissent and impose its iron fist on its restive population, it will be hard for the international community to engage the rulers of Iran as if nothing happened...


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Now Iran will get more aggressive abroad, by Emanuele Ottolenghi


Iran’s regime has chosen to shamelessly fix the elections. One can only wish Iran’s protesters well, but a regime that went out of its way to rig an election will be ruthless in the way it defends its result. So what comes after the crackdown?


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Forse non sapremo mai esattamente cos'è accaduto in Iran venerdì 12 giugno L'Iran non vuole rischiare di finire come l'Urss, by Emanuele Ottolenghi


Forse non sapremo mai esattamente cos'è accaduto in Iran venerdì 12 giugno. Chi ha vinto veramente le elezioni e chi le ha perse, con che margini, e perché il regime ha deciso di annunciare la schiacciante "divina vittoria" di Mahmoud Ahmadinejad poche ore dopo la chiusura dei seggi. Possiamo suggerire un'interpretazione che ci aiuta a comprendere gli avvenimenti che sono seguiti e quanto ancora ci attende nei giorni a venire. Mir Hossein Mousavi non è l'uomo del cambiamento. Lo sfidante di Ahmadinejad in un recente passato ha mandato a morte migliaia di oppositori e ha avuto un ruolo chiave nelle decisioni segrete della Repubblica Islamica di procurarsi tecnologia nucleare - compresa la tecnologia necessaria per costruire le bombe atomiche - da un network di proliferazione gestito dallo scienziato pakistano Abdel Khader Khan.


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Obama non cambia l’Iran, by Emanuele Ottolenghi


Non era così imprevedibile che il presidente iraniano, Mahmoud Ahmadinejad, emergesse il vincitore delle elezioni presidenziali. Il che non significa che abbia vinto. Il regime ha permesso solo una volta la vittoria di un candidato riformista - nel 1997, in un momento politico incerto in cui il Leader Supremo non aveva ancora consolidato completamente il suo potere e lo scarto tra il candidato vincente, Mohammad Khatami e i suoi sfidanti era tale da esser difficile da coprire con brogli elettorali. Venerdì le cose sono andate diversamente - e anche se lo sfidante Mir Hoseein Mousavi avesse ottenuto un risultato più dignitoso di quanto suggeriscono i risultati ufficiali, il regime ha provveduto a garantire la vittoria di Ahmadinejad.


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A new Yalta, by Emanuele Ottolenghi


In his bid for re-election, Iran's President Mahmoud Ahmadinejad announced that Iran is a nuclear power, ready (and entitled) to take an active role in running the world. Whether he will be re-elected today remains to be seen, but Iran's nuclear ambitions preceded Ahmadinejad and will undoubtedly continue with his successors.


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Ma è difficile la strada per convincere Israele, by Emanuele Ottolenghi


embra incredibile ma è vero. Non sono passati nemmeno otto anni da quando, l’11 settembre 2001, quindici cittadini sauditi e quattro egiziani dirottarono quattro aerei di linea seminando morte e distruzione a Washington e New York. E ieri, dopo una visita in Arabia Saudita, un presidente americano ha pronunciato al Cairo un messaggio di riconciliazione tra l’America e il mondo musulmano. Alla retorica presidenziale in tema siamo già abituati.


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Un capolavoro di diplomazia, by Emanuele Ottolenghi


Come in ogni altra visita pastorale, il viaggio di Papa Benedetto XVI in Terra Santa ha una doppia dimensione: religiosa e politica. I tre governi che lo hanno ospitato e ospitano fino a venerdì-Giordania, Israele e Autorità Palestinese - condividono senz’altro la speranza di vedere un Vaticano più attivo sulla scena internazionale a promuovere il processo di pace. In che modo, naturalmente, dipende dai desideri della capitale in questione. Ma difficilmente il papa poteva soddisfare questa aspettativa: il Vaticano tradizionalmente non scende in campo su temi controversi, preferendo guardinghe dichiarazioni pubbliche e operando piuttosto dietro le quinte. E non poteva essere altrimenti, vista la natura altamente spericolata dell’equilibrismo richiesto al pontefice in questo viaggio. Il Papa in cinque giorni doveva parlare al mondo musulmano, ai cristiani in Medioriente e agli ebrei, ma anche agli arabi, agli israeliani e ai palestinesi.

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No discounts for Iran, by Emanuele Ottolenghi


As the Obama administration prepares to enter negotiations with Iran, in the established "P5+1" framework (the UN Security Council's permanent members plus Germany), reports indicate it may not demand that Iran first suspend uranium enrichment. This would be a major shift in U.S. and Western policy. And also a mistake. The way to address Iran's noncompliance with the Nuclear Non-proliferation Treaty is by increasing its cost, not by dropping demands.


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La scommessa di Bibi, by Emanuele Ottolenghi


Il primo ministro incaricato israeliano, Benyamin Netanyahu, ha formalizzato l’accordo di coalizione con il partito Israel Beteinu e il suo Avigdor Lieberman, che con tutta probabilità diventerà ora il nuovo ministro degli esteri. L’annuncio ha provocato costernazione nelle capitali europee e condanna in quelle arabe.


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Ora Israele può davvero colpire l’Iran, by Emanuele Ottolenghi


La piccola baruffa tra l’ammiraglio Mullen e il segretario alla difesa Usa, Robert Gates ha meno a che fare con i fatti del programma nucleare iraniano e più con i suoi significati. Infatti, secondo l’ultimo rapporto dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica, l’Iran dispone di sufficiente uranio arricchito (1010 chili) da poter costruire una prima arma nucleare. Le divergenze d’opinione stanno sui tempi e sulla capacità scientifica e tecnologica di superare gli ostacoli che ancora separano Teheran dalla bomba.


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Just a sideshow, by Emanuele Ottolenghi


When historians revisit Israel's Operation Cast Lead in a few decades, they will no doubt see it as a minor tiff between the warring sides in a broader conflict engulfing the region. Behind two familiar faces engaged in a vicious century-long fight that everyone knows how to solve and no one ever manages to fix, can be found Iran and its allies, on one side, and Iran's pro-Western foes, on the other.
 


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L’Opa di Teheran, by Emanuele Ottolenghi


La risoluzione Onu 1860 rimarrà lettera morta – Hamas ha già annunciato di rifiutare il cessate il fuoco, Israele non ha interesse ad accoglierlo se non esiste un meccanismo operativo efficace che prevenga il riarmo di Hamas per il futuro, la risoluzione non ha elementi pratici di questo tipo e la proposta francoegiziana di cessate il fuoco rischia ora di infrangersi proprio sul rifiuto egiziano di permettere la presenza di forze straniere lungo la sua frontiera con Gaza a svolgere l’ingrato compito di monitoraggio del confine e dei tunnel che lo attraversano con i loro carichi di armi e contrabbando.


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Analysis: Tehran has its own agenda in Gaza , by Emanuele Ottolenghi


Beyond the immediate objective of restoring calm to Israel’s south, there are four additional reasons for Israel’s operation.




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La mano dell’Iran È appena iniziata la vera partita, by Emanuele Ottolenghi


Israele ha deciso di agire. La situazione nel sud del paese era diventata insopportabile e le giornaliere provocazioni di Hamas avevano reso inevitabile un intervento armato a Gaza.


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La jihad punta il dito su Israele, by Emanuele Ottolenghi


Appena una settimana dopo la celebrazione del sessantesimo anniversario dello Stato d’Israele, e la mattina della partenza da Israele del presidente americano, George W. Bush, al Qaeda ha diffuso un messaggio radiofonico, attribuito a Osama bin Laden, in cui per la prima volta dichiara che il motivo principale e centrale del conflitto tra al Qaeda e l’Occidente è il problema palestinese. L’annuncio è senza dubbio curioso – e non solo perchè è ormai impossibile stabilire se questi occasionali pronunciamenti siano veramente di bin Laden o se il capo di al Qaeda, di cui non sono disponibili immagini da poco dopo l’11 settembre, sia ancora vivo...


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A Backlash against militant islam, by Emanuele Ottolenghi


FRANCE IS BARRING ISLAMIC HEADSCARVES AND yarmulkes in state schools, as well as crosses. Sweden, having already banned Jewish and Muslim ritual slaughter, is moving to forbid circumcision, except in hospital underanaesthesia. Germany is debating its own version of theheadscarfban.Liberal Europe has not been too kind to its Muslims lately, or itsJews for that matter. In better circumstances, the two minoritiesmight have initiated a common struggle in defense of diversity andtolerance. Sadly, though, what unites them is not enough to obliteratewhat divides them and instead of making common cause against infringements of their rights, Jews and Muslims are at loggerheads...


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Tavola Rotonda con Daniel Pipes, by Emanuele Ottolenghi


 Dall'11 settembre il mondo occidentale si è reso conto della crescente minaccia dell'Islam radicale, che ha adottato i mezzi del terrore. Dal 2001 una coalizione guidata dall'America ha combattuto due guerre, in Afghanistan, in Iraq. Il conflitto arabo-israeliano è tornato sulle prime pagine dei giornali ed è stato al centro delle attenzioni della diplomazia internazionale. Oggi siamo qui per discutere, dopo due anni, se esiste una correlazione causale tra il conflitto israelo-palestinese e la nascita del terrorismo islamico, qual è questa relazione, quanto è forte, quali sono i mezzi per far fronte al problema del terrorismo, quali le cause dell'Islam militante. Siamo qui per discutere anche se i mezzi scelti dall'Amministrazione americana siano la risposta più efficace al problema, se le due guerre abbiano raggiunto gli obiettivi prefissati, cosa dovrebbero fare Stati Uniti ed Europa, e infine come dare potere a coloro che sono direttamente interessati dalle crisi in Medio Oriente. Iniziamo dalla guerra in Iraq. Come sta andando in termini di lotta al terrorismo e pacificazione del paese? Si può importare un modello di governo finora estraneo alla regione?


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Anniversario dell’11 Settembre, by Emanuele Ottolenghi


Quali personaggi occidentali vengono più citati nell’universo dell’Islam radicale? Chomsky? Edward Said? D’Alema? No. Il più gettonato è Samuel Huntington, il politologo americano autore del libro “Lo scontro tra civiltà”. La tesi di Huntington ha sollevato imbarazzo in Occidente, specie dopo l’11 settembre, perché sembra suggerire che esista il potenziale di uno scontro tra Islam e Occidente.


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